giovedì 28 maggio 2009

Pontelandolfo






Pontelandolfo è un sasso in un abisso, un paese che sta in disparte, lontano, inginocchiato e racchiuso sulle sue gambe. Un bicchiere d’acqua lasciato per giorni ad aspettare sul comodino. L’essenza della bellezza è nella sua assenza, espressa in una cornice che racchiude tutto il vuoto colossale che c’è intorno. La sua timidezza è solo un alibi, un ventaglio dietro cui celare lo sguardo. E’ piuttosto una miscela di imbarazzo e presunzione, una sorta di indifferenza e di distacco dal mondo, dagli altri paesi, con i quali non ha nulla in comune, almeno apparentemente. Il nulla è nel suo sguardo che si scioglie nella sensualità di un silenzio assordante.

Per arrivarci bisogna proprio scegliere di andare a Pontelandolfo, bisogna averlo deciso, perché il paese non è il solito gruppo di case che si incontra lungo una strada. Pontelandolfo è decisamente restio alla folla, recalcitrante ai dialoghi inutili, infastidito dal chiacchiericcio e dall’inciucio. Si trova alla fine di uno svincolo che si imbocca lungo la panoramica che costeggia il dorso del Matese e conduce nel territorio molisano, al termine di una strada che non continua perché muore definitivamente nel cuore del paese. Dopo Guardia Sanframondi, oltre San Lupo, giunge Pontelanfolfo. Io ci arrivo una domenica pomeriggio intorno alle tre, attratto dal suo nome imbellettato, cardinalizio e altisonante, in una zona che ospita già altri nomi imbellettati: Sanframondi, Casalduni, Castelvenere e Pontelandolfo appunto. L’ora è quella che preferisco, quella del dopopranzo domenicale, quella dell’ultimo bicchiere di vino prima del sonno definitivo, quella della canicola pomeridiana, quella del segnale disturbato della radiolina che sopravvive ancora tra le montagne; l’ora in cui le donne sbattono le tovaglie piene di briciole e corrono a preparare i capelli per la visita più importante della settimana. Pontelandolfo è chiuso in casa e fuori sbatte un vuoto assolato e assoluto. Mi accoglie uno stradone largo che conduce fino alla piazza enorme ed ariosa come il petto di una donna, su cui si erge il seno imponente della torre medioevale, che abbraccia tutto il paese cingendolo con le braccia che salgono lateralmente verso il centro storico. Il viale è molto spazioso, reso ancora più ampio dal sole ardente e dalla solitudine spaventosa. Non sono solo, mi tengono compagnia le splendide ringhiere che danno su panorami disabitati, i lampioni spenti e gonfi di fascino, le porte di legno scuro serrate con catenacci pesanti, i palazzi chiusi ed il vento che non c’è.

Una donna in tenuta ginnica ha le cuffie alle orecchie, percorre ad andatura stanca il perimetro del suo terrazzo striminzito. Fuori ai bar ci sono soltanto le sedie ed i tavolini e le pagine di un giornale ormai già vecchio. I ciottoli e l’immenso viale. E basta. Nell’aria c’è un sapore di caciotta, pregno di latte e di mungitura, un intenso profumo di ricotta. E’ finita da qualche ora la gara del lancio del formaggio, come apprendo da uno striscione appeso al centro della strada. Oggi non voglio parlare con nessuno, non mi va di incontrare gente del paese, non mi va di sapere, di chiedere, di guardare. Respirare è già abbastanza. Un cane saluta in modo chiassoso il mio arrivo. Comincio a fotografare le finestre. Una bambina esce dal portone di casa sua e mi ricorda che la vita esiste. Viene incontro di corsa, dicendomi con tono minaccioso che non si possono fare fotografie al suo paese. Dice che è vietato. Muovo una mano per accarezzarla ma lei la allontana infastidita.

domenica 24 maggio 2009

Scalzatoio





Scalzatoio è una frazione di Piana di Monteverna, una manciata di case sparse, come il grano per le galline, dopo la curva sulla strada che da Caiazzo conduce a Villa S.Croce. Scalzatoio non c'è e non esiste sulle cartine stradali. Scalzatoio è un'invenzione. Scalzatoio è solo un numero molto piccolo, una frazione fratta. Scalzatoio è uno dei tanti nomi epici che si incontrano dalle nostre parti; appartiene alla stessa famiglia di Strangolagalli, Liberi, Quattroventi, Fontanagreca, Capriati al Volturno, Prata Sannita, Caiazzo, Rocchetta e Croce, Pontelatone, Calvi Risorta, Castel di Sasso e Baia e Latina. La strada asfaltata che un tempo gli abitanti di Villa S.Croce percorrevano per arrivare a Caiazzo terminava proprio dove oggi c'è Scalzatoio e da quel punto le persone che dovevano scendere erano costrette a togliersi le scarpe ed a proseguire scalzi, con i piedi affossati nella fanghiglia e nella terra viva. Per questo il suo nome, Scalzatoio. Invece di imboccare la via che conduce nel cuore del paese di Villa S.Croce, svolto a sinistra, “corrotto” dall'insegna gialla che indica Mura Benedettine. Una grande strada per chi guida in moto. Salgo, continuo ad arrampicarmi un paio di curve a gomito e arrivo nei pressi del polveroso parcheggio del cimitero di Villa S.Croce. Da lontano si sente il brontolio di voci che arriva dalla pancia della montagna. Sulla sinistra in cima ad un picco rotondo della collina ci sono le mura e soprattutto il sentiero che conduce sulla vetta. Parcheggio la moto e proseguo a piedi. Il passo è duro, non ho le scarpe adatte ma in compenso ho tanta energia da liberare. Il respiro si fa faticoso, l'andatura pesante. Saranno in tutto duecento metri. In salita. Incontro qualcuno che scende, che mi consiglia di procedere a zig zag, e mi ricorda che sono solo a metà percorso. Quando arrivo in cima vorrei buttarmi sul prato e rotolarmi fino a cadere giù, sospeso. Invece allaccio il giubbotto di jeans in vita e siedo su una pietra. Guardo un paesaggio che non può essere descritto. Si vede tutto, anche Capri si scorge da quassù. Mi sembra di essere molto in alto, troppo. Il Volturno è una piccola venuzza, mentre le auto sembrano formiche minuscole. L’orizzonte è un panorama sconfinato ed immenso. Mi siedo e sento arrivare la sensazione di sempre, quel calore che ormai riconosco, e che mi spinge a spalancare i polmoni e a respirare avidamente. E niente di più.

domenica 17 maggio 2009

Tocco Caudio all'improvviso...






A Tocco Caudio si gioca ancora, anche se la partita è finita già da un pezzo. Per vivere a Tocco bisogna resistere almeno tre volte. La prima quando si nasce, la seconda mentre si continua a vivere qui, nonostante le violenze inferte dal terremoto ed infine se si decide di morire a Tocco Caudio. I bar dove i vecchi giocano a carte non sono più nel centro storico, ma qualche centinaio di metri più avanti, appena dietro la montagna. Dopo aver attraversato le terre dell’olio adesso guado questo mare di vitigni, e remo in una distesa senza fine di viti e grappoli. Il sole è alto e bacia le uve dorate appese come drappi. E’ quello delle sette di sera ed ogni cosa luccica a quest’ora. Melizzano, Frasso, Cautano. Il Taburno è un immenso orizzonte di Aglianico e di Falanghina. Alcuni sono in giro a fare una passeggiata, che somiglia più all’ora d’aria dei carcerati. E’ una necessità, più che un piacere. Si esce a piedi per sgranchire le gambe, per fare un po’ di movimento muto. Ci si spinge fino alla fine del paese, di solito si va all’orizzonte estremo; si arriva in prossimità del bivio o del “dare precedenza”, verso lo stesso scorcio panoramico di sempre. E poi si torna a casa. Le mamme trascinano i carrozzini controvento con una mano e con l’altra si aggrappano agli uomini che indossano il maglione della domenica. Si avanza senza dire parola, a fatica. E’ un modo come un altro per passare il tempo a Torrecuso a Paupisi e a Foglianise. E’ una delle tante domeniche tutte uguali quaggiù. Una domenica che somiglia a tutti gli altri giorni della settimana. I bar sono pieni di gente, uomini per lo più. Una partita a carte, un commento sul gran premio. L’Inter ha vinto un altro scudetto, le elezioni sono alle porte e c’è chi azzarda discorsi sul sindaco uscente. Nelle terre del terremoto ansima il centro storico di Tocco, dove non ci vive più nessuno da tempo. Alcuni ragazzi mi invitano a salire su, verso quel che resta del paese abbandonato. In fondo c’è il santuario. Lo stanno ristrutturando. Il paese nuovo è a due Km di distanza da qui. Un uomo con gli occhiali da sole e benvestito mi racconta della migrazione in seguito al terremoto. Nel 1962 il primo grave colpo, il centro di Tocco fu evacuato e nonostante fosse in pericolo, una trentina di famiglie decisero di restare aggrappate alle loro case. In seguito alle scosse del novembre 1980 e del Febbraio 1981 il paese fu reso completamente inagibile e anche per loro fu necessario il trasferimento. In totale mille persone furono costrette a lasciare Tocco. Alcuni andarono in Toscana; comprarono terreni e misero in piedi una fabbrica di pellame e poi piano piano sono andati tutti gli altri. L’emigrazione è un passaparola e quasi sempre un appoggio è una necessità, specie quando ci si muove da un paese di mille anime e ci si mette sulla strada che porta verso il mondo. Scavalco la sbarra e mi dirigo dove agli occhi non è dato sapere, ma solo immaginare. Attraverso questo luogo disabitato ma vivo. E’vivo perché non mi sono mai sentito così vivo. Doveva essere un bel paese un tempo Tocco Caudio, prima che divenisse un cumulo di macerie. Il centro storico arriva alla fine di una strada panoramica, avvolta quasi a chiocciola attorno alle mura ingiallite e lesionate. Lo stradone si esaurisce in un gruppo di case che dall’altro lato affacciano sulla vallata. Qui si vede il segno del tempo e tutto è in rovina. Ciuffi d’erba incolta crescono un po’ ovunque. Tocco Caudio è un boccone che non riesco ad ingoiare. Mi spingo fin dove il brivido mi frena. C’è un intenso odore di foglie quaggiù, il vento porta con sé un aroma dolciastra. Oltre alle facciate ancora in piedi c’è una lunga fila di case sfondate, di pavimenti sventrati, di solai divelti, di pareti lesionate, oltre alla mano degli sciacalli che ha fatto razzia finanche delle ringhiere dei balconi. Resta lo scheletro del paese ed il suo volto caldo, il profumo selvatico della piazza enorme, dove un tempo c’erano le panchine, dove una volta si svolgeva la vita del paese, il fermento. Tocco mi ricorda un malato terminale che ce la fa a respirare ancora. Un muro fatiscente conserva una scritta che inneggia a Nenni, ex segretario del Psi, mentre su una lamiera arrugginita c’è scritto “Cosimo e Concetta fanno l’amore”.

martedì 12 maggio 2009

Letino. E nient'altro!






Letino è uno straccio lasciato al sole per troppe ore, è un lenzuolo appeso ad un filo di ferro, schiaffeggiato e sbattuto dal vento. La legna è ordinata a blocchi agli angoli delle case, disposte in fila lungo la strada principale, l’unica che c’è nel paese. Letino è una donna col fazzoletto tra i capelli, ammassati tutti dietro la nuca di una strada. Qualche negozio ed un paio di Bar restano ad aspettare. In cima, il santuario dei due venti si specchia da un lato sul lago di Letino e dall’altro su quello di Gallo Matese. Le capre sono chiuse nel recinto, controllate da un cane che se ne sta accovacciato e tranquillo. Letino è il deserto. In tutto conta quattrocento anime, una sola famiglia. Il paese si svuota quando c’è un matrimonio, restano soltanto le sedie e le serrande abbassate. Se si sale fino in cima si sente ancora l’odore della polvere da sparo, degli agguati e delle fughe; si intravedono i rifugi che più di cento anni fa ospitarono i briganti che da qui e da San Lupo sognavano il sogno dell’anarchia. Due donne parlano lentamente alla fermata di un autobus che non passerà mai. Letino è disperso ad oltre mille metri d’altezza, ma non puzza di turismo. Qui non ci sono gite organizzate, non ci sono parcheggi-sosta per gli autobus, non si vedono gruppi di persone andare in giro col cappellino dello stesso colore, non ci sono negozi di souvenir, e portachiavi a forma di formaggio, non ci sono bancarelle che vendono caramelle. Qui non esistono prodotti tipici, non ci sono piste per sciare, non ci sono sagre ogni mese. La gente preferisce lasciare la porta di casa aperta. Le vie del paese hanno ancora il coraggio di chiamarsi coi loro nomi, coi nomi di Errico Malatesta e di Carlo Cafiero. La tradizione, invece, è una zavorra che tocca al massimo ad un’altra generazione, non di più. La morte degli ultimi condottieri segnerà anche la fine di questo ultimo viaggio. Letino oggi conta pochi superstiti ma un grande artista, l’ultimo anarchico, lo scultore della pietra. Quassù si respira soltanto, e pure a fatica. Si boccheggia, nonostante l’aria sia fresca. Il paese è una roccia nuda, vento e sabbia della montagna, latte appena munto e muschio che si forma in prossimità della riva. Letino è un ruscello che costeggia l’asfalto, che attraversa la montagna e conduce fino al Molise. Letino è qualche nuvola grigia e severa che si affaccia ogni tanto, nel pomeriggio, anche quando non dovrebbe arrivare. Le onde del lago accarezzano la riva. Le onde del lago non sono come quelle del mare, ma sono soffici e rotonde. Delicate. Guido la moto e attraverso una galleria naturale, fatta di alberi verdi altissimi che non lasciano intravedere il sole, una galleria fredda ed umida. Guido fin quando non trovo un posto adatto, un angolo ospitale. Mi fermo. Aggiusto il mio letto di muschio e di pietre, mentre ascolto il vocio dei pescatori che sono fermi al centro del lago. Non si può non dormire, cullati dal suono di un uccello coraggioso che scandisce un suono ipnotico e sordo. E nient’altro.

venerdì 8 maggio 2009

Gallo Matese







Quasi ogni mattina vado a trovare qualche paese come si va a trovare un vecchio zio, vado a vedere che faccia ha, a che punto è la sua malattia o la sua salute. Vado per vedere un paese, ma alla fine è il paese che mi vede, mi dice qualcosa di me che non sa dirmi nessuno”

(F.Arminio – Vento forte tra Lacedonia e Candela)

Gallo Matese è un paese introverso, schivo, forse anche diffidente. La signora Vittoria è ferma sulla soglia di casa e chiude con le mani il suo grembiule, nel quale raccoglie un mucchio di erbe, la quantità che le serve a sfamare anche oggi le sue galline. Ha il profilo matesino, quello di un tempo, le mani callose e brune, mentre in bocca le restano i resti di quattro denti, oltre a tanta voglia di parlare. La donna ha gli occhi leggermente a mandorla e la parlata strana. E’ lei che mi chiama e mi dice che quella chiesa che sto fotografando in realtà non è più una chiesa, ma in estate diventa un albergo per anziani. L’ chies l chiurett’n nu sacc r’ann fa aropp lu terremot. Ne approfitto e le faccio qualche domanda e le chiedo se vive sola. I figli di Vittoria non ci sono più, lavorano fuori. La prima vive a Torino e gli altri due a Venafro, più vicino. Barbara, la più grande, ha sposato un poliziotto e fa la parrucchiera. Ha un bel negozio e guadagna bene. Le chiedo come fa a campare e Vittoria mi dice che ha la pensione da coltivatore e mangia quello che la terra produce, le uova delle galline e che i figli di Venafro l’aiutano a pagare le bollette. Chest’ cas ce l’accattett’m cu le mucche poi s’arrubbett’n le mucche e mio marito murett pe la depressione. Vittoria mi racconta che le uniche ricchezze che avevano erano le mucche e mi dice del marito, della sua malattia che lo condusse fino alla morte a causa del dolore per il furto delle mucche. Racconta, con fervore, supportata dal gesticolare nervoso di una mano, che il vecchio non riusciva a farsi capace, che la notte non dormiva e che spesso andava in giro con il fucile per il paese e per la montagna a cercare i bovini scomparsi. Le mucche erano tutto e con le mucche volevano comprarsi la casa. Tenevem nov’ mucche, prima ce arrubbet’n quatt e po ati’ tre. Negli occhi di Vittoria c’è il racconto della sua famiglia, di Gallo Matese; le sue parole narrano la storia di un paese arroccato e soffocato dai monti, con un lago inutilmente bello e commovente, di un paese di porte chiuse. Gallo fu occupata da un gruppo di bulgari prima che dai sanniti e più recentemente, insieme a Letino, fu rifugio e punto d’appoggio di quei briganti che si nascondevano nelle grotte della montagna sognando una rivoluzione anarchica che non attecchì mai. Gallo Matese oggi è un paese solo, che se ne sta per conto suo, disabitato. Ovunque ci sono case fatiscenti, alcune in corso di ristrutturazione, altre molto vecchie e basta. La ruggine della fontana è cotta dal sole, un marmo ricorda i caduti in guerra, mentre le insegne dei negozi sono piccole e vecchie e sembra che siano chiuse da anni. C'è un Bar - Alimentari e la merceria, che è l’unico negozio del tempo libero. In vetrina ci sono delle forbicine per unghie, una copia di Tex, una canottiera di lana, una bambola e delle scarpe da montagna. Su molti balconi, o appese alle finestre, c’è la bandiera degli Stati Uniti. Incontro una famiglia intera, che siede all’aperto e si ripara dal sole forte, sotto una tettoia di plastica ed un ombrello incastrato tra le pietre. La donna giovane sta cucendo qualcosa, sua madre ha un fazzoletto legato alla testa e la bocca aperta, come se dormisse, mentre l’uomo anziano ha le braccia sulle ginocchia e guarda fisso a terra. Arrivo nella piazza centrale e trovo due uomini che lavorano alla più antica della arti dell’uomo, ovvero del come consumare il tempo. Parlano senza parlare. E’ un gesticolare muto, un rosario di segni e di suoni che da lontano non capisco. Uno ha un aspetto più giovane, ha i capelli bianchi e l’altro con la barba sfatta e vestito in modo troppo pesante e sproporzionato rispetto al sole forte di questo sabato pomeriggio. Chiedo loro quanto dista Letino, ma mi forniscono due informazioni diverse. Uno mi dice 3Km e l’altro 5. Cominciano a litigare scherzosamente. Ma che dici. Tu non sei mai andato a Letino secondo me. Gli chiedo del paese, di Gallo. Prima Gallo aveva quattromila abitanti, oggi forse quattrocento. Il lavoro non c’è e tutti sono andati via. Dove? Venezuela, Argentina, America e Venafro. E voi che ci fate voi qui, chiedo io. Io lavoro nell’edilizia dice l’uomo coi capelli bianchi mentre l'altro monta sulla vecchia mountain bike e scende giù perdendosi nei vicoletti del paese. Mi racconta che al di là dell’agricoltura e di un poco di lavori di ristrutturazioni non c’è più nulla a Gallo Matese e che molti sono dovuti scappare altrove. Lo saluto e mi dirigo nella chiesa, che stranamente è aperta. Appena entro mi torna in mente mia nonna. Lo stesso odore di umido e di vecchio, di stantio e di fresco, di casa. I colori della chiesa sono molto accesi e sulle pareti ci sono, oltre alle crepe ben visibili, i disegni dei bambini, che sembrano non essere mai esistiti in questo paese.

sabato 2 maggio 2009

Apice Vecchia...dove finisce il Mondo!





A Benevento decido di non fermarmi. Proseguo, vado oltre, non mi interessano le città, mi interessano solo i paesi. Viaggio lungo la strada che conduce a S.Giorgio del Sannio. L'indicazione riporta Foggia ed io la seguo, ma non appena incrocio il cartello Apice, svolto a sinistra. Mi separano 15 km di luce, quindici km di natura imponente. Sono diretto ad Apice Vecchia, il paese che si è ibernato in un tempo passato. Mi accoglie l'insegna fatiscente di una pizzeria che sembra chiusa da un secolo. Parcheggio all'ingresso di questo luogo spettrale. Un bar chiuso precede il castello in ristrutturazione. Mi fermo. Sono fermo in questo posto fermo dove tutto è fermo, eppure nell'aria si muove qualcosa che non esiste. Il terremoto del 1962 ha messo in ginocchio il centro storico di Apice e da allora le lancette dell'orologio si sono fermate. Tutto è come fu. Un tempo è come adesso. Passato e presente. Apice ombelico del mondo, o semplicemente Apice fine del mondo. Apice è l'apice, quando tutto finisce, tutto incomincia. Il paese non ha perso la sua faccia, tutto è ugualmente uguale a ieri, eccetto la vita, che manca. Il paese che non c'è, istantanea del momento successivo alla fuga. Apice è un enorme presepe senza pastori, regno disabitato, non-luogo per antonomasia, una Pompei moderna, periferia della periferia più estrema, simbolo della città del domani. Tutto è fermo e tace, tutto è assenza. Oltrepasso le transenne mi addentro nelle strade funeree di questo paese esanime. Un gatto sembra volermi fare strada e condurre attraverso le vene asciutte di questo corpo gelido e inerme. Insegne consunte, brandelli di balconi, grate divelte. Ovunque è fatiscente. Cammino tra i cocci di queste strade fantasma. E ancora erbacce, porte sfondate, cumuli di terra. Sbircio nelle case. Pavimenti di un tempo, soffitte a volta e ambienti piccoli che conducono ai piani superiori. Un vecchio ufficio postale, una fontana arrugginita ma non ci sono campane, non ci sono voci, non ci sono bancarelle, non ci sono bambini che giocano per le stradine, non ci sono telegiornali, non ci sono donne, non ci sono negozi. Il terremoto ha rapito la vita e la vita ora la porta il vento che solletica la polvere, che accarezza i balconi morti, che sbatte qualche porta.
Qualche cane coraggioso avanza indisturbato. Più di quarant'anni fa la fuga.
La transumanza dei cittadini apicesi si è fermata qualche km più in giù dove ora sorge la Nuova Apice, forse voluta anche per fare un piacere a qualcuno, come si usa dalle nostre parti. Mi rimetto in moto con più di una sensazione da decifrare, con domande troppo più grandi di me. Ho voglia di un caffè ma qui non c'è nulla, neanche una panchina. Apro la cartina e cerco una strada che mi porti altrove, in un tempo, un tempo che magari non mi appartiene...