La sera, quando era già buio, andavo nel settore della djema el fna in cui le donne vendevano il pane. Accucciate per terra, formavano una lunga fila e il volto era tutto velato, tanto che si vedevano solo gli occhi. Ogni donna aveva davanti a sé un cesto coperto da un panno, su cui erano appoggiati, ed esposti per la vendita dei pani piatti e rotondi. Passavo adagissimo lungo la fila, osservando le donne coi pani. Si trattava perlopiù di donne mature e le loro forme ricordavano quelle dei pani
(E.Canetti – Le voci di Marrakech)
I fuochi fulgidi del fornellino montato su una bombola del gas nel bagno della pensione Cascade tirano i filtri pesanti della menta e contemporaneamente assorbono l’infuso del tè cinese. Ossìn si occupa di pulire le stanze dell’albergo compreso il terrazzo che affaccia su bab bou jeloud, e sorride leggermente mentre lo stelo della pianta di menta affonda nell’impasto opaco del bicchiere di vetro, dopo averlo mescolato e miscelato più volte, con lentezza. Il rito del whiskey marocchino è pronto in ogni luogo, ad ogni ora. Uomini dai sorrisi placidi e pazienti e dai visi emaciati spalancano generosi sorrisi di denti nerissimi, dilaniati e corrosi negli anni dalle zollette di zucchero che tagliano i tè o i caffè berberi. Siedono, abbandonati a sguardi lenti, sorseggiano con infinita pigrizia, rollano marquise di contrabbando mescolate ad hashish e dividono un piatto di harira, oppure di olive e un pezzo di pane caldo quando capita. Così scorre il giorno nei derb di Mèknes Fès e Rabat, e nelle medine dai tempi di ocra pastello, di bianco cenere e di un celeste tenue e accennato, ed il tempo, dilatato dai suoni delle nenie ipnotiche delle sure che i commercianti ascoltano accucciati nei loro vani commerciali di 3 mq, rotto dal canto dolce e rauco del Muezzin che si leva dai pinnacoli dei minareti e avvolge tutta la città vecchia. I souq sono pittoreschi gironi infernali sudici e sereni, crogiuoli di anime che si sfiorano, crocevia, vortice di persone, orge di viaggiatori e orde di fedeli rimettono i sandali dopo le preghiere, babele di pensieri e grida, poltiglie di strilla e silenzi. Balak, Balak! nei vicoli impastati trasportano latte fresco formaggio e cataste di menta e datteri. I polli sono nel recinto oppure impilati nelle casse di ferro, i gatti addentano gli avanzi tra ceste di cumino, pile di frutta, spezie colorate e farine. Carcasse di vitello vengono cotte a vapore su grossi pentolone mentre le teste sanguinanti sono riposte sui marmi. Il cammello è avvolto dai fumi della brace della sua stessa carne. Il macellaio ci sorride, ci siamo incontrati al bagno pubblico. Gli uomini di Dio credono anzitutto nelle loro mani, e con esse piegano, intarsiano, tagliano, scalpellano, incollano, cuciono, spaccano, modellano, ricamano, spaccano, riscaldano, cucinano, martellano o semplicemente parlano. Nelle ore in cui i mercati sono meno affollati le donne dell’hamam ne approfittano per uscire in fretta, e sperando di non essere viste, camminano con lo sguardo fermo e senza mai attraversare la strada. Sulla spiaggia di Rabat le donne restano in attesa che i mariti finiscano di giocare a pallone, oppure restano agli angoli della medina vendono biscotti al cocco per un dhiram o pesce fresco appena macellato. Il Marabutto prega la sua abluzione che termina sempre con Allah è grande, mentre Il postino in pensione giura di conoscere la medina come uno specchio, vuole venderci il suo sapere finto e con un sorriso garbato e senza denti si offre di accompagnarci in giro. A Meknès intere famiglie troppo numerose girano in vecchie mercedes dalle tinte coloniali mentre le ragazzine sotto i foulard ammiccano e sorridono i turisti occidentali. Il paesaggio lento che sbirciamo dai finestrini del taxi che ci porta dall’aeroporto alla città è lo stesso che osserviamo scorrere dal finestrino del treno, che ci conduce da una città all’altra. Sabbia rossiccia, sole che batte la polvere, gente appoggiata ad un tronco, bambini che giocano con palloni di cartone e case senza intonaco. I chioschi che vendono acqua confezionata e coca cola in vetro. Appena arrivati quaggiù un uomo con gli occhi grigi ci venne incontro e ci disse Benvenuti in Marocco due volte.
Un vecchio libro sdrucito, dai rivoli ingialliti, e una donna anch’essa abulica che siede alla cassa del suo bancone lercio e dimenticato. Ella non possiede parole per nessuno e sputa fumi di tabacco scadente e maleodorante e infine calza un trucco fitto e finto. Non fa niente se non attraversare con lo sguardo il miasma che soffia a boccate. Le strettoie soffocanti del tufo e della polvere sono due mani che cingono il collo di Napoli, la raccolgono in un abbraccio che stringe ma che al tempo stesso si trattiene, mentre negli anfratti anemici e sbiaditi, gonfi di miseria e ingolfati di sporcizia e di facce troppo piccole per essere già così vecchie, piove un tempo irretito ed immobile. Fatiscente, ossessiva, famelica, cinica, affranta, tetra, decrepita, complice, senz’altro complicata. Ercolano è una località di esilio e suona una musica che non si ascolta altrove e le sue note sono il canto di chi rivendica ciò che sta per accadere prim’ancora di rimuginare quanto è appena andato via. Tra le pieghe del volto c’è il risvolto del dolore che si annida e si confonde, la ferita della morte che accarezza ogni espressione del viso e sommerge il sorriso che non fiorisce mai del tutto. Nei vicoli che cingono il mare senza mai afferrarlo, tra le sedie disposte alla rinfusa, suona il boato scaltro di uno schiaffo, seguito da un pianto che è una nenia flebile ed incolore, una cantilena fischiata, una voce simile ad un canto muto. Corrotta, unta e devastata, perversa, sconfitta e pervasa, oscura, antica, intima e isterica. Graffiata.
Rampe di scaloni ampi, sudici e polverosi conducono il cratere direttamente al mare, lo accompagnano per mano. Un vociare plateale e sgualcito accoglie i pescatori che fanno ritorno dalle acque. Hanno sete e poca voglia di parlare. Camminano senza guardare, a testa bassa imprecano, biascicando qualche suono incomprensibile, ed infine maledicono con decisione il dio con le braccia aperte che si sporge dalla banchina dirimpetto. Gli uomini forgiati dal mare sono aspri e taciturni, notturni anche di giorno, silenziosi ed impavidi. Esuli in patria. Smarriti. Infine sostano sugli scogli, si abbandonano spaparanzati e stremati al sole cocente di metà giornata, fumano sigarette prima di addormentarsi sotto i cappelli di paglia sfilacciati e le barbe bianche ed incolte. Non parlano e non guardano. Il giorno non è ancora sceso, ma per loro è già notte fonda. I loro corpi salutano la vita per una manciata di minuti mentre dai barconi si rovesciano le reti gravide di pesce fresco. I frutti del mare sono ancora stipati nelle pance delle paranze che stanno arrivando alla spicciolata nel porto di Torre del Greco e si affollano in fila sulla banchina. Più avanti un rosario di lampadine appese riflette una luce fioca e giallognola sui marmi bianchi e lucidi appena lavati dal getto freddo delle pompe. Di fianco cataste di cassette di polistirolo immobili ed impilate. Il mercato attende di entrare in scena, tra resti di fabbricati in frantumi, scheletri di navi in riparazione e depositi fumosi e maleodoranti. Tutto intorno è un olezzo sparso di catrame e merluzzo, di olio e nafta, di cozze e di vernice. Il porto mostra la sua pelle salmastra, il suo volto povero ed emaciato, sporco e smunto, sommerso di pneumatici, monnezza di ogni genere e carte e frigoriferi vecchi ammassati e ferro vecchio. Intanto il flutto continua a scheggiare la pietra disposta casualmente a blocchi e sbriciola il sale in effluvio,rendendolo vapore e polvere. 'E criature impavidamente si tuffano e sguazzano nel mare nero, alcune fanno le cozze sugli scogli. I pesci del cielo salutano il ritorno delle sciabiche su cui intanto si preparano i nodi per il giorno successivo. E’ un fremito frettoloso di reti riavvolte da mani callose, di sguardi contriti dalla stanchezza, di corde umide e limacciose riordinate in fretta e disposte nelle casse. Il cane stravaccato a prua, stupefatto dal sole, giace semimorente su un letto di reti ammucchiate. A sera il sale corrode la pelle e le bandiere di prua strappano il vento senza timore. Il mare è aperto e scompigliato, la sabbia è nera e buia, il vento ammaina le acque. I pescatori fanno lentamente ritorno a casa con le buste piene di calamari, polpi e seppie. Il sipario del mercato cala, la notte è venuta a prenderli ancora una volta. I lupi hanno riavvolto gli ami, tirato via le canne ed i secchi e conservato per il giorno successivo il pane duro che servirà ad imbrogliare i pesci ancora una volta.
Giuseppina governa la piccola parte di una masseria, che si affaccia sul ciglio della strada che porta a Limatola, prima della pompa di benzina Api. Mi aspetta già da un pezzo e quando arrivo mi rimprovera con il suo sguardo metà sorriso metà durezza. Sembra uscita da un film di Ciprì e Maresco. E’ un personaggio vivace, simpatico e poi parla sempre e solo di soldi. Più che in campagna voi dovevate lavorare in banca, le dico sempre, e lei si mette a ridere e fa come per darmi uno schiaffo.
Chi ti cucina il pollo? mi chiede perentoria. Giuseppina ha cinque figlie, tutte non sposate e mi racconta che vivono con lei, tranne Concetta che sta a roma e lavora, a Tivoli anzi mi dice, non si ricorda bene e non sa neanche cosa fa, credo robb’ e contabilità, cuncett ten e scol’. In campagna con lei c’è Maria ed insieme portano avanti tutta la baracca. Maria ha le spalle strette di chi vuole dare meno fastidio possibile, lavora duro ed ha il fare risoluto di chi ha troppa fretta di uscire di scena, semmai addirittura scomparire. E’ una madonna timida, il viso emaciato e smunto, lo sguardo chino e i capelli tirati e stretti sotto un cappellino liso e lercio che dona risalto ai suoi grandi occhi color nocciola. Secondo me è bellissima ma Maria è troppo interessata a ripulirsi l’auto. Dico a Giuseppina che voglio fare un film su di lei, voglio che lei mi racconti la sua vita davanti ad un bicchiere di vino, che una domenica mio porto la telecamera. Lei mi guarda con tono buffo e lusingato, mi fissa con un sorriso furbo ed attento, mi guarda bene e poi mi manda simpaticamente a quel paese. Le chiedo le solite uova mentre mi aggiro tra i campi. Le uove le deve prendere Maria. Nel frattempo versa dell’acqua in una pentola e la lascia bollire sul fuoco. Prima di fare quello per cui sono venuto faccio visita alle bestie. Nella masseria ci sono mucche, anatre capre conigli vitellini e polli. Le chiedo se qualche domenica posso darle una mano visto che lei deve mettere ancora i pomodori. Mi dice che io non sono buono per la terra che non ho i calli in mezzo alle mani. Chi ti cucina il pollo? Gli occhi azzurri, che emergono sotto una patina di rughe, tradiscono il ghigno beffardo e arguto di Giuseppina. Lei mi ripete che ha cinque figlie femmine, con la stessa aria di un venditore di tappeti iraniani.
Mi mostra un bel pollo, giovane e cresciuto. Io lo voglio più piccolo e ne scelgo un altro, ma lei mi vuole dare quello più grande. E così lo insegue, prima lo costringe all’angolo del pollaio, poi lo acciuffa e lo capovolge, tenendolo per le zampe ben strette. Il pollo è immobile sulla bilancia. Tre chilogrammi e mezzo. Si allontana ma prima si procura un coltello bianco. Giusto il tempo di fare qualche passo e taglia con un colpo secco la gola del pennuto. Per un attimo si ferma il tempo e sembra accadere il nulla. Poi il pollo comincia a sbattersi e a dare colpi, come un’anima impazzita dal dolore che devasta e si abbatte contro la gabbia del corpo. La lotta agonica dura una decina di secondi scarsi, alla fine il pollo si arrende. E’ morto. Giuseppina lo prende per il collo e lo cala nel secchio di acqua calda. Non si dovrebbe vedere morire un pollo, dice, mentre immerge il corpo del pennuto nel contenitore. Giuseppina ripone l’animale sul tavolo bianco e comincia a spennarlo, fino a renderlo completamente bianco. Mette da parte stomaco zampe la testa del pollo. Queste sono per il brodo. Le dico che non mi interessano e può darle anche ai gatti.
Restiamo intenti a guardare la macellazione del pollo, senza provare scrupolo alcuno. Le zampe del pollo ai gatti e il ritorno di Maria con le uove. Faccio per guardare i suoi occhi e lei fa a tempo a regalarmi le spalle e senza dire una parola ritorna ai campi.
L’altro ieri camminavo per Venezia. La città era un fuoco morto, a parte la scintilla ferma del commercio. Dalla stazione a San Marco, in tanti fanno questa via aspettando che la spenta meraviglia si ravvivi. Intanto è tutto un negozietto da cui entrare e uscire fino a quando la piazza ti accoglie come una camera ardente dove i piccioni beccano la carne del turista nel suo inutile vagare in questo tempo maciullato. Io mi chiedevo mentre camminavo se è ancora qui che si deve venire oppure c’è da andare altrove. Penso a Mastralessio, alla prua della desolazione conficcata tra le zolle della Daunia, penso al luogo indenne dalla peste degli sguardi fatui, luogo edificato da chi vive altrove e ha lasciato a sentinelle i vecchi, gli zoppi, i cani. Non so spiegare come sia lì la mia Venezia, come ogni città sia sprofondata, sciolta nel niente del suo voler sembrare attiva, divertente. I luoghi di cui scrivo non hanno ragioni né torti, sono come una refurtiva abbandonata, un referto sintetico della vasta malattia allegata alla terra tonda. Allora io non giro per svagarmi e forse neppure per vedere. Quello che faccio è leggere la carne non morsa dai cannibali, la terra scampata alla tabula rasa del progresso che rende in apparenza Mastralessio scorza o guscio vuoto. La verità delle cose è nella letizia e nella lotta per dare luce alle capitali dello sconforto, ai luoghi dismessi, agli spiriti sconvolti, più che allinearsi alla gigantesca impresa di pompe funebri a cui si riduce la civiltà degli adusi al consumo e all’autoconsumo, irretiti dal miraggio di salvarsi ognuno per sé (e in questo sforzo non ci lasciano sogni, compassione ed alcunché).
Un’immagine imponente di Gesù Cristo si erge all’improvviso sopra ad un cumulo di lamiere. L’auto è costretta a rallentare fino a fermarsi, davanti ad una delle tante bocche aperte dall’asfalto. Gli occhi obbligati si soffermano sull’icona pastello, l’espressione di misericordia ed il cuore cinto da una corona di spine. Ad Ottaviano sui cumuli di spazzatura germogliano i campi severi dell’agricoltura incolore. il Vesuvio è una distesa di sale verde, troppo spesso interrotta da gemme variopinte di cemento impastato. A Terzigno non si incontrano mai due palazzi uguali, mentre gli infissi riportano colori alterati e sbiaditi, dal bronzo al rosso opaco. San Giuseppe Vesuviano, Boscotrecase, Ottaviano, Pompei sono l’esplosione del ventre gonfio e slabbrato di Napoli. Il dorso della mano è un manto duro di vene ingrossate, una patina callosa, mentre il palmo è chiuso in un pugno neanche troppo stretto. L’accento è rotondo ed affilato, accompagnato di solito da un sorriso smorzato, come di chi nasconde i pochi denti tra le labbra. I bar hanno tutti una sala in fondo chiusa a chiave. Qui la gente sa che una parola è già tanto. In questi paesi non esiste un centro e le strade hanno tutte quante lo stesso nome. La terra di Raffaele Cutolo è stata ceduta da poco ai cinesi, che sono arrivati con le valigie piene di soldi e con il lavoro che non costa nulla. Adesso i figli dei magliari piangono perché qualcun altro comanda a casa loro. San Giuseppe Vesuviano è una strada dritta e lunga, che non finisce mai. Tutta uguale. Una filiera di jeans e tessuti scadenti disposti con ordine, allineati ed affiliati. Le sagome dei manichini sono le anime del falso e del contraffatto, eppure, da queste parti questi corpi bianchi e sagomati rappresentano ancora la vita grottesca che resiste e che non muore.